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Intervista a Giovanni Norbiato

Quando aveva vent’anni ha “vestito” la visione registica di Arte Povera e Francesco Boschiero per “Le Troiane”. Ma già prima, ancora adolescente, aveva iniziato a seguire la propria passione nella realizzazione di costumi per le più diverse performance. Oggi, prossimo a completare gli studi universitari nel settore del design, il 22enne Giovanni Norbiato ha le idee ben chiare su ciò che vuole fare nella vita: e in tutto questo lo spettacolo ha e avrà sempre un ruolo di primo piano.

Come è arrivato a creare costumi per il teatro?
Ho sempre avuto una grande passione per il disegno, alla quale ho unito il piacere di creare stampe e grafiche per vestiti e magliette. A quindici anni ho firmato i primi costumi per alcune performance (una sulla femminilità e un’altra su azioni di gruppo), lavori che mi hanno portato a immaginare costumi via via più concettuali, a ragionare sulla creatività. Un punto di riferimento importante è sempre stata mia zia, che ha formazione ed esperienza specifiche in questo settore e mi ha aiutato ad affrontare le prime cose fuori dal cartamodello, create totalmente da me e pensate per specifiche situazioni di spettacolo.

Come è stato approdare ad un classico, per quanto profondamente rivisitato, come “Le Troiane” di Euripide?
Devo dire che appena ho conosciuto Francesco Boschiero siamo entrati subito in sintonia: l’attenzione per gli aspetti fondamentali della messinscena, la spinta verso una lettura non banale, la cura nei dettagli… Cose sulle quali ci siamo ritrovati perfettamente, e che ho puntato a concretizzare dopo aver letto il copione per entrare nel “mood” giusto, nell’atmosfera che il regista voleva raggiungere.

Quanto conta il confronto con il regista?
È fondamentale. Io, come costumista, posso accompagnare o aumentare certe particolarità utili a far emergere la sua visione. Con Boschiero, ad esempio, abbiamo analizzato personaggio per personaggio, per ognuno dei quali c’era una caratteristica da sottolineare. Ma in generale devo dire che non ho mai avuto problemi con i registi, anche con persone magari molto convinte di loro idee che però, in sede di costumi, non erano praticabili: non c’è mai stata difficoltà a trovare non un “compromesso” quanto piuttosto, direi, un punto di “unione” fra le nostre posizioni.

Nella sua attività, che parte ha il lavoro per il teatro?
Una parte importante. Io studio e opero nel design industriale; ho avuto esperienze anche nel campo delle calzature e dell’abbigliamento: ma i costumi per me sono sempre stati al di sopra di tutto. E voglio che rimangano un punto fisso anche in futuro.

Come definirebbe il suo stile?
Di sicuro anticonvenzionale e vicino al contemporaneo. Cerco sempre, per un personaggio, di vedere se per il suo costume può esserci qualcosa di più artistico e creativo. Da un punto di vista estetico, poi, amo le trasparenze, il vedo non vedo, l’armonia dei colori, anche se non sgargianti, e l’abbinamento con oggetti e materiali diversi. Il tutto anche partendo dai tessuti più normali e da un budget limitato: evitando il banale, riesco a creare qulcosa di importante.

Nel suo lavoro, quali sono i peggiori errori da evitare?
Al primo posto metterei sicuramente il fatto di sbagliare i tempi. Magari pensi di riuscire a fare determinate cose con il tempo che hai a disposizione, ma devi sempre fare i conti con le tue esigenze e quelle del gruppo, e se sbagli rischi di arrivare impreparato. Io mi pongo sempre delle scadenze ben precise per singolo “step”: il primo confronto con il regista; la presentazione dei miei disegni; le modifiche richieste; le prime prove di alcuni abiti; e avanti così fino alla realizzazione della serie, le ultimi prove e la conclusione del lavoro.

Che cosa prova al debutto, con che spirito guarda i suoi costumi?
Per me è bellissimo, perché li completa. Finché non li vedi sotto i riflettori, con il trucco giusto e calati nella scenografia con la quale dialogano, non sono totalmente parte del personaggio. Alla prima li vedi vivi.  

Lei è giovanissimo, ma già molto impegnato in un ambito particolare come quello della costumistica per lo spettacolo. Come vivono questa passione i suoi amici?
Le mie amiche si prestano volentieri come manichini in carne e ossa. Ma anche diversi amici sono coinvolti, chi per le foto, chi nell’aiutarmi a recuperare quello che mi serve, chi anche per certe grafiche o per scegliere la stoffa giusta per qualche stampa. D’altra parte, si tratta, in generale, di persone che ho conosciuto in una cerchia “creativa”.

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