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Editoriale

di Mauro Dalla Villa
Presidente regionale Fita Veneto

Perché in troppi
scambiano amatoriale
con scadente?

Ci facciamo tante volte questa domanda, sottintendendo, in realtà, una risposta che non vorremmo sentire. Fra pochi giorni inizia il Festival nazionale “Maschera d’Oro”. È la 31^ edizione e come sempre il cartellone degli spettacoli attesi al Teatro San Marco a Vicenza si preannuncia ricco di proposte di alta qualità artistica e forte impegno teatrale. Anche quest’anno vedremo rappresentati testi importanti, che hanno segnato la storia del teatro, con l’interpretazione da parte di compagnie amatoriali che nulla hanno da invidiare alle compagini professionistiche.

Nonostante questo, ancora in molti è radicata la convinzione che il teatro amatoriale sia una forma di spettacolo di serie “B”. Tanti, in particolare, scambiano “amatoriale” con “dialettale”: da una parte, evidentemente non sapendo che la maggior parte dei testi rappresentati dalle nostre compagnie è in lingua italiana; dall’altra non considerando che tanti drammaturghi fondamentali nella storia del teatro hanno scritto i loro capolavori in lingua regionale. Ancora più grande è la difficoltà di far superare, nell’immaginario di tanti, il fatto che l’amatoriale sia qualcosa di “approssimato”, se non addirittura di scadente.
Ciò non è assolutamente vero e confondere tutto il teatro amatoriale con una piccola parte di teatro fatto in maniera superficiale non rende merito ai tanti “amatori” che coltivano seriamente la propria passione.
La nostra Federazione si prodiga da moltissimo tempo per coltivare i tanti talenti che vi operano, per renderli sempre più preparati e competenti. E davvero tanti lo sono, anzi tantissimi. È vero, del resto, che fra le diverse centinaia di nostre compagnie attive, alcune non vedono la necessità di essere preparate, cadendo loro stesse, per prime, nell’equivoco di tanti: cioè che amatoriale significhi… come capita.
Fare teatro, anche per una compagnia amatoriale, significa intraprendere un’attività complessa che coinvolge due soggetti principali: i teatranti e il pubblico. Per i teatranti dovrebbe essere noto che, per salire sul palcoscenico, non è sufficiente vincere la timidezza e “imparare la parte”, ma è opportuno anche comprendere cosa significhi fare teatro, perché lo si fa, a che cosa serve… con una presa di coscienza, indipendentemente dal genere prescelto, che abbiamo ribadito anche nell’ultimo Congresso regionale, lo scorso ottobre a Este. Fare teatro è soprattutto “raccontare storie” ad un pubblico che si aspetta di vederle in scena per essere coinvolto dalle emozioni suscitate, in un contesto che si addica a quanto rappresentato, che lo sappia rappresentare e sviluppare al meglio nel suo insieme, con la massima cura e coerenza anche nell’allestimento complessivo, dalle scene ai costumi, dalle luci agli effetti, dalle musiche ad ogni altro elemento chiamato ad essere parte integrante di quella “storia”.
Per ottenere con efficacia questo “corpo unico” è indispensabile un’accurata preparazione: dapprima da parte chi ha la responsabilità di farlo funzionare nel suo insieme (regista, coordinatore, presidente...), ma non meno da parte di ogni singolo teatrante coinvolto, indipendentemente dal rilievo che la sua parte può avere nel copione. Ognuno collabora alla resa finale: nel bene e nel male. E lo si vede bene in quei gruppi che ottengono risultati di buona qualità. Non c’è uno “bravo” e gli altri a corredo: tutti i componenti, ognuno per le proprie competenze, ha buona preparazione, qualità e abilità.
Tutto ciò non si improvvisa, ma si coltiva. Chi non lo fa, probabilmente si accontenta dell’andare in scena così com’è. Ma questo non basta per fare teatro e purtroppo scredita i tanti che agiscono bene.
Altra questione molto dibattuta è quella del teatro “brillante”: da molti, purtroppo, considerato l’unico tipo di teatro che valga la pena mettere in scena, soprattutto per il terrore che il pubblico, se non vede scritta in locandina quella magica parola, “brillante”, non venga a teatro. Un approccio, questo, che spesso è peggiorato dall’errata convinzione che fare teatro brillante sia più “facile” che affrontare un teatro “non brillante”.
Sbagliato. In primo luogo, il pubblico è decisamente in grado di valutare da solo se quanto vede sia brillante o meno, così come è in grado di comprendere se chi va a vedere sia bravo oppure no. Non è sufficiente strappare la risata: il difficile è farlo con una battuta che non sia banale o scontata. Come dice spesso un “vecchio saggio”, per la battuta facile c’è la televisione; il pubblico che si scomoda per andare a teatro si aspetta e merita qualcosa di più e di meglio.
Diamo al pubblico qualità, nei testi che scegliamo di interpretare e nel modo in cui li interpretiamo: e vedrete che il numero di quelli che confondono “amatoriale” con “scadente” diminuirà drasticamente
Buon teatro a tutti.