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Cultura

La performance art
tra ieri e oggi

di Filippo Bordignon

“Performance”. Quante volte abbiamo sentito evocare questo termine in riferimento a uno spettacolo svoltosi in teatro, non comprendendo quale sia la differenza sostanziale esistente tra un’azione performativa e una teatrale. I distinguo da fare sono molti, sostanziali; eppure i due termini, oggi più che mai, tendono a travasarsi l’uno nell’altro.

Interno Antonio Rezza02

Una prima netta definizione ci è data da Antonio Rezza, il quale si è più volte definito “il più grande performer vivente”. Durante un’intervista del 2013 per la trasmissione televisiva “Le invasioni barbariche” condotta da Daria Bignardi, egli dichiarò che il performer “…(a differenza dell’attore) non entra nemmeno nei suoi personaggi”. Si pongono così le basi per una prima classificazione, nella quale il performer non ha la necessità di calzare i panni di un altro individuo/personaggio, mantenendo l’autenticità delle proprie emozioni e delle proprie reazioni intellettuali in un contesto comunque prestabilito.
La “performance art” non è basata sui mezzi di commedia o tragedia e durante i suoi primi passi, che ricondurremo agli Anni ’60, s’ergeva in antitesi con la forma artistica del teatro. Si trattò di un’opposizione necessaria allora e attualmente superata, che diede uno scossone vivificante agli addetti al settore così come al pubblico.
Anche la possibilità di una datazione anagrafica precisa resta nebulosa: se è vero che movimenti artistici come il Fluxus e situazioni borderline quali il Living Theatre sono da ritenersi tra i nomi apripista per il genere, è pur corretto identificarne le basi concettuali in avanguardie storiche riconducibili agli Anni ’20, su tutte il futurismo italiano e il dadaismo svizzero. Le “azioni” teatrali dell’uno e dell’altro, condotte spesso al di fuori dei teatri per prediligere luoghi di aggregazione più informali come i cafè, idearono estetiche ed etiche contro-culturali, smarcandosi dal dominio del buon gusto e del buon senso e inneggiando allo smantellamento del pensiero logico in favore di nuovi linguaggi o di linguaggi per lo meno non ancora codificati dalle masse. Queste coraggiose esperienze piantarono semi poi rivelatisi fruttiferi, semi che attecchirono definitivamente quando la società fu pronta per riceverli.

Interno Living Theatre 04Quarant’anni più tardi, dai primi Anni ’60, negli Stati Uniti e, di riflesso, in Europa, scoppiarono i focolai di una rivoluzione morbida che cambiò per sempre il volto dell’arte contemporanea, così come quello del teatro. Fu l’artista Allan Kaprow a coniare nel 1959 il termine “happening”, intendendo un evento artistico che ha per protagonista non tanto le persone che ne prendono parte quanto l’evento stesso. La complicazione, però, deriva dal fatto che l’happening, esattamente come il teatro, è un fatto che coinvolge luci, ambienti allestiti secondo determinati criteri e che spesso prevede l’interazione con persone/attori muniti di un canovaccio che ne ispira movimenti e parole. Si comprende così l’insensatezza nel tenere distinti questi due ambiti artistici, che infatti tenderanno a contaminarsi e fondersi nel corso dei decenni successivi.
Esattamente come per il teatro, anche per la performance art si possono citare esempi sommi quanto deprecabili e autoreferenziali. Tante le ramificazioni elencabili, tutte munite dei loro paladini di riferimento: in primis il già citato Fluxus, che grazie all’ingegno e talvolta al genio di figure come George Maciunas, il fondatore, e Yoko Ono, il nome più celebre, partorirono centinaia e centinaia di azioni dissacranti, autoironiche e spesso politicamente scorrette. Seguono la poesia d’azione, l’intermedia (oggi confluita nel termine “multimedia”) e la body art. Quest’ultima annovera tra i suoi nomi imprescindibili due donne: Marina Abramovič e Gina Pane. Se la prima è passata agli onori delle cronache per performance della durata di svariati giorni, la seconda interviene direttamente sul suo corpo auto-infliggendosi ferite più o meno profonde, usando oggetti quali spine di rose o cocci di bottiglia. Il significato di tali espressioni artistiche che investigano la percezione del corpo nella società è questione complessa, che richiede approfondimenti fortemente concettuali, ma resta innegabile, oggi più che mai, il tramando di una “violenza estetizzata” grazie alla diffusione ormai massificata di pratiche come tatuaggi, piercing e scarnificazione, tecniche peraltro riprese da antichissime popolazioni le cui origini si perdono nella notte dei Tempi.
Guardando all’operato di compagnie come Babilonia Teatri o ancor più alla Socìetas Raffaello Sanzio, quest’ultima nome imprescindibile votato a una validissima sperimentazione di matrice avanguardistica, emerge inoppugnabile la certezza di una perfetta fusione fra teatro tradizionale e performance; una fusione perfetta al punto da non permettere più l’individuazione di quali siano gli elementi nella formula di partenza. Se nel 2019 la performance art è definitivamente salita sui palchi di teatri normalmente votati a opere della tradizione, è vero altresì che gli attori teatrali mai come oggi operano al di fuori dei teatri, scegliendo sovente di esibirsi nelle scuole, nei palazzetti, nei cafè e persino accettando ingaggi privati che li portano nei soggiorni di piccoli gruppi d’appassionati.
Lo spettatore che si sprema le meningi per capire se la performance art sia solo affare elitario da frequentatori di vernissage d’essai, intenda invece che essa ci ha già circondati tutti e fatti propri. Basti pensare alle occasioni in cui brand di caratura mondiale propongono, per il lancio di un nuovo prodotto, eventi multimediali studiati a tavolino per far discutere la stampa e per risultare d’impatto sugli inconsapevoli spettatori che ne sono partecipi. Perfino in ambito di denuncia sociale, là dove fino a una trentina d’anni fa il popolo scendeva in piazza armato di cartelloni e voce grossa, oggi sono organizzati suggestivi flash mob che coinvolgono persone di ogni età e ceto sociale, abbracciando un numero di individui talvolta impressionante.