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Cultura

Breve storia
della clownerie

Dietro il naso rosso, il volto dipinto e il grande sorriso, i clown nascondono una storia lunga e interessante, che ha portato questa figura cardine della comicità popolare ad evolversi fino alle alle attuali declinazioni nel circon contemporaneo e nel teatro-circo.

di Filippo Bordignon

Dalle sue prime testimonianze documentabili sono passati ormai trecento anni: il pagliaccio (o “clown”, secondo la traduzione anglosassone) ha fatto ridere bambini e adulti a ogni latitudine, rivelandosi uno dei personaggi cardine nel mondo circense occidentale e, successivamente, nelle feste di paese e nelle strade, arrivando fino ai palcoscenici del teatro popolare grazie alla “pagliacciata”, ovvero il tipico meccanismo comico giocato sul contrasto di due personaggi antitetici.
La sua incontrovertibile rilevanza nel mondo dell’intrattenimento gli ha permesso di insediarsi negli ambiti più diversi e controversi della cultura alta e popolare: lo scrittore Stephen King, ad esempio, ne tratteggia un ritratto agghiacciante nel monumentale romanzo dell’orrore “It” del 1986. Il successo sarà tale da dare il via a un sottogenere di cinema horror in cui il clown calzerà i panni dello spietato assassino, dello psicopatico il cui trucco enfatizza la follia di una mente perversa. Con il lento ma inarrestabile declino del Circo e l’affermarsi di un nuovo millennio, resta da interrogarsi sulla condizione del pagliaccio nella contemporaneità: la sua è una comicità ancora in grado di coinvolgere e convogliare significati? Ma partiamo dalle origini.
Secondo tradizione, le due figure principali da cui ogni artista sviluppa il proprio pagliaccio secondo gusti e capacità personali, sono il “Bianco” e il “Toni” o “Augusto”. il primo veste panni bianchi o comunque chiari e indossa generalmente un copricapo a punta; il suo carattere è autoritario, pratico, capace ma prevaricatore e spesso molesto. Il secondo veste abiti sformati, variopinti e la sua indole è combinaguai ma di buon cuore. Queste caratterizzazioni corrispondono, guarda caso, ai due emisferi di cui è composto il cervello umano: quello sinistro, votato alla razionalità e al pensiero logico, e quello destro, volto all’immaginazione, al mondo della fantasia e del pensiero metafisico.
Il canovaccio alla base degli sketch tra questi due personaggi determina situazioni che vogliono inizialmente il Bianco in vantaggio sul Toni, là dove il Toni, in un secondo momento, scorge la strada verso il proprio riscatto attraverso un’azione dirompente, il fulcro dell’azione comica.
Altra possibilità nella quale si distingue generalmente il pagliaccio è la parodia di un “topos” o di una figura della tradizione: l’esasperazione delle caratteristiche per cui è normalmente riconosciuto un oggetto (l’alterigia di un cavaliere, il sentimentalismo di una dama o la furbizia di un lestofante) divengono, nelle mani del professionista scafato, trampolino di lancio verso improvvisazioni irrefrenabili.
Ben presto il pagliaccio assorbì competenze da altre discipline praticate nel mondo circense, pervenendo a personaggi ibridi che potevano strapazzare con la voce motivetti celebri (il clown-cantante), impiegare il corpo per simulare azioni irreali grazie alle tecnico dei mimo, stupire per la propria prestanza fisica con esercizi acrobatici (resi ancora più complessi dagli spesso ingombranti abiti di scena) o mediante esercizi di prestidigitazione ai limiti dell’illusionismo. Il pagliaccio finì così per possedere capacità diversificate, a dimostrazione del talento indispensabile a chi volesse praticare questo mestiere in forma professionale.
Interno Trio Fratellini 1932Nel corso di due secoli la clownerie attraversò un’evoluzione costante, disseminando il suo percorso di nomi consegnati alla storia di questo genere: il britannico Joseph Grimaldi per la teorizzazione del pagliaccio teatrale moderno, la danese Lonny Olchansky tra le prime donne-pagliaccio e, nel nostro Paese, la celebre famiglia Fratellini, con decine di membri divenuti personaggi di spicco nel genere in analisi.
Come ogni fenomeno nato e sviluppatosi a partire dall’osservazione dei “costumi” della società di riferimento, anche per il pagliaccio è valsa la sorte di un mutamento parallelo a quello della società stessa. Già con l’avvento del cinema sonoro, negli Anni ’20, il concetto di comicità fisica mostrò i primi segni di una senilità poi palesata nei decenni successivi. L’umorismo si stava spostando sul linguaggio verbale, i cui limiti e contraddizioni semantici promettevano un’infinità di situazioni comiche. Tra le altre conseguenze vi fu lo slittamento dell’azione comica verso un personaggio in abiti “borghesi”, capace di determinare così un’immedesimazione che rendeva lo spettatore parte integrante del meccanismo sacrificando i costumi di scena tipici del pagliaccio.
Sopravvissuto per decenni nella variante del pagliaccio ambulante o “tramp”, tipico “busker” che solitamente mischia al proprio repertorio numeri di giocoleria e trovate più o meno originali, la vera e propria svolta avvenne nella seconda metà del ‘900 in Francia, a Parigi, grazie all’intuizione e al talento di Jacques Lecoq. Attraverso la sua École internationale de théâtre Jacques Lecoq, inaugurata nel 1956, egli ha formato centinaia di attori incentrando buona parte della preparazione sull’analisi teorica e pratica del movimento, una peculiarità basata sull’osservazione “illuminata” degli elementi naturali.
Sono ormai lontani i tempi, squisitamente raccontati da Federico Fellini nel commovente docu-film dall’impronta surreale “I clowns”, in cui queste figure facevano sognare grazie alla simulazione di calci e schiaffi e allo scoppiettare dei mortaretti: il pagliaccio oggi diviene una possibilità aggiuntiva per alleggerire l’animo appesantito dell’uomo che ha scordato la condizione della risata primordiale, quella in cui è ogni cellula del nostro corpo a gioire, beandosi nella carezza salvifica di una leggerezza che in troppi abbiamo perduto.
La sua versione più rappresentativa nel nuovo millennio è certamente quella portata in auge a livello internazionale dal medico statunitense Hunter Doherty Adams (conosciuto dai più come Patch Adams grazie al toccante film omonimo del 1998 con protagonista Robin Williams). La cosiddetta “clownterapia” introduce in luoghi ben lontani dalla gioia come gli ospedali (ma anche orfanotrofi o case di riposo) una disciplina di matrice olistica che punta a suscitare nel degente allegrezza e conforto. Studi ormai confermati da anni di analisi e sperimentazioni attestano infatti che uno stato di serenità e contentezza stimola la corretta funzionalità del sistema immunitario e riduce il tempo di guarigione. Piace dunque pensare che la comicità stravagante e pagliaccesca abbia trovato nel nuovo millennio un’inedita ragione d’essere, una missione ancora più significativa di quella espressa ai suoi esordi, nel lontano Settecento.