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Ricordo

Dario Fo

Addio a Dario Fo

di Luigi Lunari

”Dario Fo ha raggiunto "il nulla eterno". Io non ho una visione tragica della morte, ma quando un amico (un grande amico!) se ne va, un intenso momento di tristezza non può non coglierci. Poi la vita continua, naturalmente, come è legge della vita e del teatro: ma un po' più povera di prima.

Ci sia di conforto il pensiero che Dario ha avuto una vita piena, ricca di soddisfazioni e di utilità per gli altri, vissuta in totale coerenza artistica, ideologica e morale. Di quanti si può dire altrettanto?”
Questo è quanto ho “postato” il giorno 13 ottobre ultimo scorso, meno di un’ora dopo aver saputo della morte di Dario Fo. E – sostanzialmente – non avrei nulla da aggiungere. Ma poi alcune cose mi hanno infastidito, e ho pensato che tanto valeva che aprissi lo scaffale dei ricordi, per una sorta di punto fermo personale e sentimentale, ma anche – cogliendo l’occasione - oggettivo e critico.
Mi ha infastidito, per esempio, lo sfruttamento che i “media” (giornali, televisione, radio…) hanno fatto dell’evento. Un giornale di diffusione nazionale gli ha dedicato sei pagine, per vari giorni in televisione non si è visto altro che i suoi spettacoli, le sue interviste, le sue lezioni… Troppo! E troppa confusione tra testimonianze attendibili, dichiarazioni di circostanza, ipocrisie tardive, e maldestri tentativi di accodarsi alla fanfara… per non ingenerare il sospetto dello sfruttamento di cui sopra, prima di passare – con la stessa famelicità indifferente e acritica– al terremoto dell’Italia centrale, e poi alle elezioni americane, e poi chissà a cos’altro la divina provvidenza vorrà mandarci tra i piedi.
Altro motivo di irritazione, il comportamento di Milano, mia amata e odiata città. Piccola e presuntuosa megalopoli a conduzione monocratica, con le strade a gruviera, ma che trova i soldi per arricchire i soliti noti con la nebulosa vicenda dell’EXPO; città che intitola una piazza a quel criminale imbecille di Luigi Cadorna, che sarebbe come una AdolfHitlerPlatz a Monaco di Baviera! Ebbene, questa città (tolto il sassolino dalla mia scarpa), ha sempre combattuto, ostacolato, ignorato Dario Fo: quando è stato insignito del Premio Nobel, l’allora sindaco Formentini non gli ha inviato neppure un telegramma di formali congratulazioni; quando – con la  scomparsa di Strehler – si aprì la corsa alla direzione del Piccolo, Milano si dimenticò della sua esistenza. Erano i primi mesi del 1998: io giravo l’Europa a sorbirmi versioni di “Tre sull’altalena” in lingue perfettamente sconosciute e in interpretazioni registiche a volte irriconoscibili; tutti i teatranti sapevano della morte di Strehler, tutti ne parlavano, e quanto alla successione… “Ma come – mi dicevano tutti – avete lì un uomo che è autore, attore, regista, capocomico, scenografo e costumista, e ha vinto il Premio Nobel… e vi domandate chi deve essere il direttore del primo teatro cittadino? Qual è il problema?” Rispondevo che il problema, ahimè, era Milano; ma loro continuavano a non capire.
Ultimo motivo di irritazione. Anche qui, protagonista un grande giornale nazionale che per vari giorni ha generosamente ospitato ingenerose ironie sul fatto che, a diciasett’anni, Dario aveva aderito alla repubblica di Salò. A diciassett’anni – verrebbe fatto di dire – quale responsabile scelta può fare un ragazzo, schiacciato dalla propaganda del regime, senza informazioni d’altre fonti? In realtà non c’è bisogno di questo. Come ebbe a raccontarmi Dario stesso (dopo averlo più volte dichiarato in ogni sede), egli si fece repubblichino solo per sfuggire alla deportazione in Germania: finì in effetti in  una postazione antiaerea del Varesotto, dove non c’erano neppure i cannoni, ad aspettare che il tutto avesse termine. Un mio primo cugino di Arzignano – Petronio Veronese, tanto per non far nomi – non ebbe questa astuzia, e fu ucciso dai tedeschi il 9 settembre del 1944, nell’alta valle del Chiampo.   Aveva anche lui diciassette anni!

Questo personalissimo ricordo mi è di occasione  per passare alla vicenda dei miei rapporti con Dario. L’ho conosciuto nel 1959: lui aveva sette anni più di me - a quell’età, un abisso! In quell’anno aveva dato inizio alla tradizione di inaugurare la stagione teatrale milanese, nei primi giorni di settembre, in anticipo sulla stagione stessa, con un proprio testo: “Gli arcangeli non giocano a flipper” fu il primo, cui seguirono ”Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri”, “Chi ruba un piede è fortunato in amore”… fino allo straordinario “La signora è da buttare” nel 1967. Eravamo diventati amici, e nella mia libreria, attaccata al vetro scorrevole, figurò per lungo tempo una pagina di quell’ultimo testo, edito da Sipario, con questa sua dedica: “A Gigi Lunari che stimo per il suo coraggio e l’impegno civile, dote di pochi intimi” (a quel tempo avevo subito un pesantissimo assalto censorio per un testo di una certa audacia, avevo scritto i miei due testi per i Gufi, e mi ero già dato molto da fare contro lo spirito reazionario del regime vigente). Col tempo, la scrittura di Fo su quel foglio si era andata affievolendo, fino a risultare pressochè illeggibile: così, poco più di dieci anni fa mi procurai un suo disegno e lo pregai di ripetervi quella dedica. Lo fece volentieri, ma la sua scrittura si era ormai fatta molto incerta, e solo i ricordi riescono ad interpretarla.
Che dire d’altro? Un giorno, verso la fine degli anni ’60, mi invitò nella casa della mamma della Franca, alta sul lago di Como, e mi disse “Senti: io ho più idee di quante non riesca a realizzare. Perché non facciamo qualcosa insieme?” Non so che cosa gli dissi al momento, ma non se ne fece niente. In realtà, ho dedotto a posteriori, la sua personalità mi doveva essere apparsa troppo forte e tale da condizionare pericolosamente un mio personale sviluppo, modesto finchè si vuole, ma “mio”. Di questo abbiamo parlato, molti anni dopo, e ricordo bene come egli avesse capito tutto e come ancora approvasse la mia scelta.
Ma soprattutto un ricordo. Che sfodero con qualche titubanza, perché non vorrei che suonasse con un’orgogliosa vanteria, mentre si tratta invece della umana e semplice felicità per un gesto d’amicizia che mi lusinga, e che più che mai in questo momento mi è gradito ricordare.  E’una sua pagina, del 1991, che suona così:  
“Lunari è lombardo come me. Vive a Milano e lavora in teatro come me nello stesso spirito, lo conosco da almeno quarant’anni. Si può ben dire che siamo venuti sù insieme. Di lui conosco e apprezzo molti dei suoi scritti. A cominciare dalle traduzioni dei testi di Molière: traduzioni splendide, di grande intelligenza teatrale, colte senza mai essere stucchevoli né saccentemente dotte. Insomma, leggendo il suo Molière finalmente ci si diverte, si ride, ci si commuove e si pensa... e soprattutto lo si capisce. Io stesso mi sono servito dei suoi testi quando a Parigi ho meso in scena due Molière per la Comédie Française. Attraverso le sue traduzioni ho decifrato certi passi oscuri che altre traduzioni dei soliti dotti-tromboni mi avevano bellamente mascherato.
Conosco anche qualche sua commedia. Normalmente mi riesce ostico leggere lavori teatrali; faccio fatica anche a rileggere i miei, alle volte. Ma i testi di Lunari sono talmente svelti e leggeri nella scrittura, che mi è difficile desistere. Ho detto leggeri non nel senso che si dà comunemente a questa espressione, cioè il contrario di profondi, privi di spessore umano e tragico. No: leggera è la sintassi, scorrevole, libera; piacevole è la progressione, divertente il tessuto, sottile il dialogo. Niente è facilmente prevedibile, ovvio o scontato; ad ogni situazione corrisponde un’invenzione di bel teatro.  Quest’ultimo testo - “Tre sull’altalena”. è una macchina di fantastica fattura. Io l’ho letta di un fiato, ridendo a bocca spalancata. E’ una delle poche invenzioni teatrali per le quali valga la pena uscire la sera a Milano, sobbarcarsi il rito della vestizione, prenotare il biglietto, prendere il taxi, starsene seduti in una sala stipata di gente... “.

E infine, superati l’emozione e i ricordi, vorrei tentare un bilancio oggettivo e critico della sua presenza nel teatro e nella letteratura. Alcune perle non vorrei dimenticarle: come quando per esempio, malgrado la motivazione del Nobel parlasse di “dileggio del potere e di restituzione della dignità agli oppressi”, egli disse che con quel premio si era inteso “premiare la gente di teatro”, ignorando quanto la “gente di teatro” largamente intesa – soprattutto in Italia – si occupasse del potere solo per accodarvisi. O quando – ancora – nei panni dell’Azzeccagarbugli dei “Promessi sposi” nel film di Salvatore Nocita (1989) – fu l’unico dell’intero cast, che comprendeva tra gli altri Alberto Sordi, a rifiutarsi di recitare in inglese e a rimanere attaccato alle parole del Manzoni.
Dario Fo è stato – forse “anzitutto” – un grandissimo attore. Se con la mente vado a certi momenti di “Mistero buffo” – come ad esempio la resurrezione di Lazzaro o l’incontro di Bonifacio VIII con Gesù Cristo – fatico molto a convincermi che davvero egli fosse solo in scena: io “vedo”, letteralmente “vedo” la folla che si accalca, il Cristo straccione dileggiato dal Papa, i diaconi che aiutano Bonifacio a sistemarsi il mantello sulle spalle… Tutte persone e situazioni che Dario evocava in tutta solitudine sul palcoscenico, ma che gesti e toni rendevano - direbbe Brecht – “più vere della stessa realtà”.
Aveva il vezzo di dire che tutti gli episodi di “Mistero buffo” erano tratti da antichi documenti che egli aveva scovato in chissà quale biblioteca di vecchie abbazie e di antichi monasteri. Ma non era vero niente! Così come era del tutto una sua invenzione la parola e il senso di “grammelot”, su cui poi molti di sono avventati a inventare astruse etimologie. La stessa capacità evocativa che dispiegava gestualmente, Dario la impiegava nel riprodurre i linguaggi specialistici di questa o quella professione, o nell’imitazione puramente fonetica di lingue straniere, senza alcun senso compiuto, ma interpretandone – per così dire – le varie tipologie nazionali: l’eleganza frivola del francese, la perentorietà del tedesco, lo snobismo dell’inglese…   Quando, sia a proposito delle sue ricerche nei monasteri, sia in merito al grammelot, io tentavo di fargli togliere la maschera, forte – se vogliamo – della mia qualità di storico, il buonuomo sorrideva e glissava, magari opponendomi una raffica del suo grammelot, per cui… “oggi traneguale per indotto-ne consebase al tresico imparte Montecitorio per altro non sparetico ndorgio, pur secministri e cognando, insto allegò sigrede al presidente interim prepaltico, non manifolo di sesto, dissesto…” Dopo di che, naturalmente, non avevo più nulla da dire.
Generosissimo, tsunamico, dilagante, eccessivo sotto ogni profilo, lo era anche per quello che riguarda il suo essere autore in senso proprio: e cioè come drammaturgo e come pittore. I suoi infiniti quadri, bozzetti, illustrazioni, disegni, scene e costumi sono violenze cromatiche realizzate di getto, all’improvvisa, senza uno studio preparatorio, che – ove vi fosse – sarebbe comunque anch’esso ipso facto promosso al rango di dipinto compiuto. La critica  delle arti figurative non è il mio campo, e dunque oltre non vado. Ma se esiste – come credo – una buona analogia tra Dario Fo scrittore Dario Fo pittore, penso che anche la sua pittura soffra dei limiti dei suoi testi.
I quali testi, sono spesso di ingrata e difficile lettura. Dario stesso – nella pagina che mi dedica e che ho citato più sopra – lo ammette in tutte lettere: “mi riesce ostico leggere lavori teatrali; faccio fatica anche a rileggere i miei.” La scrittura non è mai sorvegliata; ospita e riproduce tutto quello che Dario, Franca, e tutti i loro attori possono aver detto durante le prove; Dario non rilegge, non corregge, non cambia idea; e giustamente contrappone al suo modo d’essere la scrittura sorvegliata degli autori più regolari (nel caso specifico il sottoscritto) e la facilità di lettura che ne consegue. Ma anche Dario Fo – come tutti su questa terra – è stato creato a propria immagine e somiglianza; e dunque fa bene a lasciarsi andare, e ad essere così com’è. Solo in un caso, a mio avviso, egli supera questi suoi limiti o qualità che dir si voglia per approdare ad una compiutezza che di null’altro abbisogna: in quella “opera aperta” che è “Mistero buffo”; e nel primo atto de “La signora è da buttare”, straordinario gioiello ispirato dalla morte di John Kennedy, che si concludeva con l’immagine - indimenticabile, - di un trapezio da circo equestre che oscillava sul palcoscenico vuoto: al trapezio, appesa con le gambe a testa in giù, Franca Rame, bellissima, poetica immagine di una vita spezzata.
Solo un atto di commedia e uno spettacolo di cabaret, dalla montagna di cose che Dario Fo ha scritto? Forse sì, a voler tener conto solo di quella perfezione che è della vera  poesia. Ma anche a Mozart basterebbe “Il flauto magico” e la “Piccola musica notturna” per essere immortale; e a Foscolo “I sepolcri” e il sonetto “Alla sera”. E tanto basta anche a Dario Fo per essere lì, per sempre, tra loro e non moltissimi altri.

Foto di Gorupdebesanez - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31061838

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