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L'intervista

Daniela Piccolo
racconta l'Accademia

di Filippo Bordignon

Vent’anni, un viso dolce ma dallo sguardo deciso e tutta l’intenzione di fare qualcosa di importante nel teatro: Daniela Piccolo, attrice veneta attiva nella Compagnia Stabile di Treviso, è una delle sedici persone selezionate per partecipare all’edizione 2019 dell’Accademia del Teatro Fita. Programmato quest’anno in Abruzzo, tra Pescara e Chieti, il percorso residenziale di formazione che la Federazione Italiana Teatro Amatori dedica ai suoi giovani iscritti si è svolto dal 7 al 14 settembre, prevedendo la guida dell’attore e regista napoletano Corrado Visone. Partendo dal celebre romanzo di Gabriel Garcia Marquez “Cronaca di una morte annunciata” la squadra di giovani talenti ha così collaborato alla creazione di uno spettacolo svoltosi venerdì 13 settembre presso il Teatro Auditorium Madonna del Rosario a Pescara. Il lavoro degli attori si è incentrato non solo sul testo, ma anche sulla tauromachia della corrida (assente nel romanzo) poiché, secondo le parole dello stesso regista: “(La corrida significa) trovarsi di fronte a una folla che si unisce per individuare un colpevole, una vittima designata, e fa uscire il peggio di sé. Con i ragazzi abbiamo portato alla luce le volte in cui si sono sentiti vittime o carnefici, in cui sono stati giudicati e in cui hanno giudicato; abbiamo lavorato sui sensi di colpa, sulla capacità di mettersi nei panni delle vittime facendo ciò che è alla base del teatro: mettersi nei panni dell'altro, perché è allora che capiamo davvero chi abbiamo davanti”. Non si è trattato di una semplice scuola di recitazione, dunque, ma piuttosto una scuola di ricerca di emozioni, al fine di sviluppare non solo la tecnica ma soprattutto la sensibilità delle nuove leve del teatro contemporaneo. Per meglio comprendere il peso di questa esperienza abbiamo intervistato la Piccolo.

Daniela, qual è la prima immagine che le viene in mente se ripensa all’esperienza dello scorso settembre?
Un gruppo. Un gruppo dove ho potuto condividere tutto di me stessa, qualsiasi emozione, senza essere giudicata e mettendomi in gioco. È stato come quando scarti un regalo: non sai mai cosa ci sarà dentro.

Cosa l’ha sorpresa maggiormente?
Sono partita senza aspettative, mi sembra un atteggiamento corretto che applico a ogni mia esperienza. Il primo giorno mi sono detta “Oddio, cos’ho fatto?” e fui brevemente vittima di certe incertezze. Già il giorno successivo mi ero completamente ricreduta.

In cosa è consistito il vostro training?
Si è trattato di una situazione molto professionale. Si partiva la mattina: già durante la colazione dovevamo stare tutti insieme. Il concetto era che nessuno doveva sentirsi escluso, anche quelli per cui è difficile relazionarsi nelle prime ore del giorno. Di lì già partiva un confronto. E poi si teneva il training vero e proprio, costituendo il proprio personaggio a partire dal corpo. Ma per capire come si muove, come respira un personaggio bisogna scandagliarne la mente, il pensiero. E allora si deve capire come funziona la mente con le sue emozioni. Un percorso anche pericoloso perché affronta non solo gioia e felicità ma sentimenti di estrema fragilità. Poi si leggeva l’opera, se ne discuteva insieme. Ci si divideva le parti, si costruivano i personaggi e le loro concatenazioni tra loro. Nel pomeriggio si costruiva concretamente lo spettacolo. Dopocena non si andava mai a letto prima delle tre, il confronto, le risate e la condivisione proseguivano. Con quelli del gruppo ci sentiamo ancora oggi. Un’esperienza breve ma intensa. Una volta terminato lo spettacolo vero e proprio, beh, eravamo talmente soddisfatti da avere già voglia di replica.

Qual è l’insegnamento più significativo che ha ricavato da Visone?
Corrado è favoloso, sia nel lavoro che umanamente. Si è dimostrato essere un grande professionista armato di pazienza e umiltà e, umanamente parlando è una persona molto simpatica. Dava la sensazione di essere una persona che, pur conoscendo tante cose, spesso si limitava a osservarci per lasciarci liberi di esplorare. È un attore e regista che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno.

Come descriverebbe lo spettacolo su Marquez?
È la storia del matrimonio di convenienza tra una giovane orfana di padre e un uomo di alta posizione sociale. Si scoprirà presto che la ragazza non è arrivata illibata al matrimonio; la colpa verrà fatta ricadere sul dongiovanni Santiago, condannandolo così a una morte cruenta. Il terribile concetto che attraversa l’opera è che “Anche l’amore s’impara”.

Qual è stata la difficoltà maggiore che si è trovata a dover superare?
Io provengo da un percorso accademico teatrale che mi da una base per poi diventare, mi auguro, una professionista. In questo gruppo ho conosciuto moltissime persone con storie diverse dalla mia, sia dal profilo teatrale che umano e questo ti arricchisce. Si crea così una piccola famiglia poiché mettendoti in gioco con le proprie emozioni devi per forza legare con gli altri. A volte dunque sorgono dei contrasti, come in ogni ambiente di lavoro, e devi trovare l’equilibrio per rispettare te stesso e gli altri.

interno

Il suo ruolo?
Io ero Luisa Santiaga, una vipera, una malalingua di quelle che sta sempre dalla parte del vincitore. Un personaggio orrendo e ignorante ma abbastanza consapevole da riuscire a ingannare gli altri. Perfino l’amore per la figlia viene usato come pedina per il mio gioco.

Reazioni del pubblico?
Una signora anziana si è visibilmente commossa. Altri se ne sono andati durante una delle scene più truculente ed, evidentemente, realistiche.

Progetti per il futuro?
Con la Compagnia Stabile di Treviso stiamo provando per “I due gemelli veneziani” di Goldoni, dove interpreto Rosaura, la figlia del dottore. La prima è prevista per venerdì 24 gennaio 2020 al teatro Aurora di Treviso.

Ha preso parte anche all’evento “Vate - D’Annunzio tra le vie di Pescara”, una performance di teatro urbano. Considerazioni?
Abbiamo recitato in piazza delle poesie del D’Annunzio. A me è capitata “La pioggia nel pineto”, probabilmente la sua più famosa. Mi dicevo, se sbagli fai una figuraccia. E invece siamo riusciti a rivisitarla giungendo alla fine a una chiusa straziante dedicata all’amore per Ermione.

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